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Archivio per marzo 14, 2011

Mostra Scultura. CARA A CARA di Juan Bordes

Mostra Scultura. CARA A CARA di Juan Bordes. 24 marzo – 24 aprile

SALA MOSTRE. Inaugurazione Giovedi 24 marzo. Ore 19.

Parlano sì, le sculture. Non solo: a Roma, quelle antiche erano solitamente denominate dai cristiani “statue parlanti” e consideravano tali figure pagane l’opera del demonio, provviste di poteri demoniaci e, fondamentalmente, del potere della parola. Una molto speciale, anch’essa romana, parla e scrive, difatti. Mi riferisco a quella del Pasquino, sicuramente diabolica, situata molto vicino a Piazza Navona. Statua parlante per eccellenza, vaga nelle forme e nel soggetto, quasi cancellata nel volto e frammentata nelle forme, il torso ruotato, una tradizione leggendaria e popolare degli inizi del XVI secolo dice che si tratta dei resti deteriorati, deformati forse dal passare del tempo, della scultura di un umile e ironico sarto, mentre studi più recenti e affinati affermano che si tratta della figura di Menelao che sostiene il corpo di Patroclo. E’ probabile, ma è la prima e popolare identità del sarto quella che ci interessa adesso, perché fu il suo non apparire capolavoro, l’essere frammento impreciso, quasi cancellato, di un personaggio volgare, per nulla eroico, ciò che trasformò Pasquino nella statua parlante più celebre di Roma; e non parlava solamente lei stessa, ma si faceva eco, parlando per altri, delle critiche ironiche e amare dei romani di fronte al potere e ai potenti, i quali, come lo stesso Pasquino diceva di se stesso e che nel 1550 Antonio Lafreri registrò in una famosa stampa, faceva tremare nonostante apparisse come una figura volgare: “Io no sono (come paio) un Babbuino stroppiato, senza piedi, et senza mani / ma sono quel famosísimo Pasquino che tremar faccio i Ssignor più soprano…”.  

            Così, col volto perso e un po’ ironico, anche se nulla è sicuro, il gruppo del Pasquino iniziò a parlare e non ha più smesso, come i misteriosi volti delle sculture di Bordes, teatro di facce e passioni o viceversa. E’ che Juan è solito mettere in scena le sue sculture e lì parlano fra di loro e per chi voglia ascoltare o leggere. Non solo: in certe occasioni, nei fusti delle sue sculture o sotto le teste-capitelli delle sue opere ci sono solitamente testi o nomi, alla maniera dei pasquini che circondano la statua romana. C’è del teatro nei volti e le facce creano e provocano una scena, e anche uno scenario, come gli idoli sopra le colonne della sala del Campidoglio. Voglio dire che, se non fosse eccessivo da parte mia, mi piacerebbe affermare che tali sculture e gruppi di statue e volti, raggruppati come in una scena teatrale, teatro esse stesse, stanno ordinando o reclamando uno spazio architettonico, un progetto immaginario. Non per niente anche Juan è architetto e come architetto si è confrontato innumerevoli volte coi racconti e le contaminazioni ibride e storiche, espressive e teoriche, che tra scultura e architettura esistono e sono esistite; le ha anche fatte scendere dai loro piedistalli per farle passeggiare, recitare o parlare in spazi pubblici e urbani, trasformando la città in teatro la cui scena è occupata dalle sue opere, dando notizia di ciò che non si può dire con presenze inquietanti. Lo ha fatto il Canaletto, portando a terra i cavalli di San Marco in un memorabile dipinto e, soprattutto, Rodin. Dopo, quasi tutti.

            In ogni caso, si può dire che le sue teste e i suoi torsi, raggruppati in serie tematiche e disposti su fusti, alcuni scritti, parlanti, costituiscono una specie di inesauribile trattato di ordine architettonico, antropomorfico, sculture essi stessi, che stabiliscono rapporti teatrali e scenografici tra di loro, reclamando e costruendo architetture che possono risultare effimere, o magari è quella la loro maggiore qualità, che si tratti dello spazio del laboratorio o della galleria, della collezione o della città. Spesso lo stesso Bordes le ha fotografate (un’altra delle sue passioni) così nel suo laboratorio, inteso come laboratorio teatrale, provando ogni scena di un’opera che continua a farsi, a dirsi, a scriversi. Gioco teatrale ed effimero, illuminato a volte in maniera drammatica, con luci di fuochi e marcati contrasti tra le fiamme, opere, silenzi e oscurità, come sarebbe avvenuto con una fotografia delle sue cabezas de pasión (1987-1988). Ma sono molte le fotografie delle sue opere nel laboratorio ad avere tale particolare condizione di prove teatrali delle quali l’artista è un solitario e privilegiato spettatore. Di fatto, il laboratorio, come la casa dell’artista, è sempre un autoritratto. E’ là, quando le sculture e gli ordini occupano lo spazio, quando entrano in scena, il luogo nel quale reclamano un luogo, l’architettura. Disciplina, quest’ultima, cui non si può mai prescindere nel caso del Bordes scultore, sia per quanto riguarda i suoi interventi su edifici concreti, come quelli disegnati con Óscar Tusquets, o negli impliciti omaggi e riflessioni che hanno realizzato alcune delle sue opere di e con l’architettura, a partire da una serie di strani obelischi (1978), passando per la rappresentazione allegorica della figura dell’architetto (1983) o la riflessione su Juan Caramuel e la sua architettura retta e obliqua (1984) sino alle narrative e ai pezzi eccezionali di un arciere con piramide (1982); dalla sua affascinante moglie in forma metaforica di colonna unita a un obelisco (1982) alle cariatidi per un mobilio (1983) sino alla rappresentazione musicata dell’allegoria dell’architettura e del giovane architetto (1988) che danza intorno alla colonna spezzata come se la rovina fosse l’origine stessa di un progetto, senza dimenticare la composizione più drammatica dedicata alla costruzione, intreccio di impalcature che supportano l’attività dei costruttori, anche se ricordano pure, per la loro vuotezza e ortogonalità, le scenografie per balletto di un Adolphe Appia. Se del Pasquino Gian Lorenzo Bernini arrivò a dire, con sorpresa e irritazione di chi lo ascoltava, che era la scultura più bella che conosceva (di fatto l’attribuiva a Fidia), dicendo che “mutilato e rovinato com’è, il resto della bellezza che ha di per sé è percepita solo da chi ne capisce di disegno”; dal canto suo, Bordes ha scritto (come chi di disegno ne sa) dei suoi volti-pelli-acconciature-ritratti-maschere, che sono di per se stessi teatro e si muovono come se stessero in scena, raggruppandosi nei modi più svariati, elenco e collezione di comportamenti, emozioni e passioni che “i tormenti interiori screpolano la superficie della maschera. Solchi di angustia, striature di ingenuità, finissime smagliature di un insieme che somma ansie a deliri: è il disegno laborioso di un tempo personale che lascia una scia di ricordi”. Il volto e la pelle delle sue sculture come teatro, ossia un’opera che è teatro nel teatro, come esiste il quadro dentro al quadro, e che Bernini a suo tempo già mise in azione col tempo che ammirava il Pasquino. Ma la cosa più affascinante del capoverso di Juan, pubblicato nel suo già menzionato e minuto Libro de Fisonomía, è che la propria precisione e la bellezza è una specie di trappola nella quale tutti, inevitabilmente, dobbiamo cadere, perché lo scultore non solo è un privilegiato spettatore e creatore della propria opera e delle bozze previe nel laboratorio, ma che oltretutto scrive circa la sua opera prima che chiunque altro possa farlo, guidandoci con anticipo, confondendoci tra fumi, fiamme e luci, spazi drammatici o festivi, tra i suoi idoli di una sala immaginaria che è il proprio laboratorio, Roma, la sua ragnatela.

Magari non c’entra niente, ma poco più di un anno fa ci incontrammo fortuitamente nel suo laboratorio di sogni, nella sua casa immaginaria di artista, a Roma. Una coincidenza in più fra le tante dopo lunghi anni di amicizia e di incontri fortuiti. Lì mi fotografò per caso insieme al Pasquino e anche di fronte alla porta dell’Accademia dei Virtuosi nel Pantheon, con una edizione di Vitruvio tra le mani, mentre guardavamo le parole che s’erano dette sull’architettura nel XVI secolo e delle quali Claudio Tolomei si lamentava del fatto che “se ne vanno in fumo”. Durante la notte, furtivamente, feci mio un piccolo frammento di marmo verde del piano dell’altare della Cappella Raimondi, opera del Bernini, a San pietro in Montorio. E’ ancora con me. Se avesse conosciuto questa piccola storia, non so cosa avrebbe scritto Lombroso.

Capitò già, in senso metaforico o reale, a Italo Calvino quando, in Se una sera d’inverno un viaggiatore (1979), scriveva: “Il romanzo comincia in una stazione ferroviaria, sbuffa una locomotiva, uno sfiatare di stantuffo copre l’apertura del capitolo, una nuvola di fumo nasconde parte del primo capoverso”. Autore e spettatore allo stesso tempo, Calvino scrive con difficoltà perché ciò che la sua scrittura dice e fa non gli lascia vedere ciò che scrive, pur sapendolo con anticipo, provocando coscientemente la situazione: le figure e le forme create dalle sue parole occupano lo spazio della scrittura, delle parole, e l’autore si confronta con esse, con ciò che scrive e mentre le scrive, le pensa mentre le crea, riflette sulla propria riflessione, scrive sul proprio scrivere, ascolta ciò che le parole dicono. Come succede a Juan Bordes e alle sue sculture, che si esprimono e parlano.

Delfin Rodriguez  (Catedratico di Storia dell’Arte presso l’Università Complutense di Madrid)

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JUAN BORDES CABALLERO 

Nato a  Las Palmas di Gran Canaria, Architetto presso ETS d’Architettura di Madrid. Appassionato per la scultura, la sua tesi di dottorato sarà: La scultura come elemento di composizione dell’edificio. Dal 2006 Accademico presso l’Accademia Reale di Belle Arti di San Fernando e dal 2010 Delegato della Calcografia Nazionale presso l’ Accademia Reale di Belle Arti di San Fernando. Borsista dell’Accademia Reale di Spagna. Ha realizzato mostre personali e collettive in diversi paesi come la Spagna, Stati Uniti, Venezuela, Cuba o Francia. I suoi progetti di scultura monumentale si possono ammirare a Washington, Las Palmas di Gran Canaria, Bordeaux, Tenerife, Barcellona, Madrid, ecc.

Le sue opere formano parte di collezioni pubbliche e private, tra cui: Artium, Vitoria, Col.lecciò March. Art Espanyol Contemporani. Palma de Mallorca, Centro Atlántico d’Arte Moderno. Las Palmas di Gran Canaria, Museo d’Arte Contemporaneo di Caracas. Venezuela, Museo d’Arte Contemporaneo, Siviglia, Biblioteca Nazionale. Madrid, Collezione Renfe. Madrid, Collezione Mapfre. Madrid, Collezione Fenosa, Università di Valencia, Collezione d’ Arte Contemporaneo di Castilla-La Mancha, Museo Popolare d’ Arte Contemporaneo, Villafamés, Castellón, Associazione Canaria degli amici dell’ Arte Contemporanea, Santa Cruz di Tenerife, Ordine degli  Architetti di Las Palmas di Gran Canaria

Per saperne di più www.juanbordes.com

 

Piazza San Pietro in Montorio 3

00153 Roma

Inaugurazione 24 marzo Sala Mostre ore 19

Orario (Martedi-Domenica): 10-13/ 16-19

Ufficio Stampa 339 1834504 / 339 1290387

 http://accademiaspagnaroma.wordpress.com

 


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