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Articoli con tag “marzo 2011

L’arte dell’ospitalità II. Il Simbolo. Anna Scalfi, Avelino Sala e Teresa Margolles

CICLO DI PERFORMANCES L’ARTE  DELL’OSPITALITA’

(II) Il Simbolo

25 Marzo dalle 18.30.  Tempietto del Bramante e Accademia Reale di Spagna.

Se nel primo appuntamento de L’arte dell’ospitalità dedicato alla pratica video il protagonista era il Dono, in questo secondo appuntamento sarà il Simbolo. Già nell’antica Grecia quando lo straniero, lo sconosciuto era ricevuto in una casa e guadagnava la fiducia della famiglia, gli veniva consegnata la metà di una moneta che al suo ritorno avrebbe perfettamente combaciato con la metà conservata dai suoi anfitrioni. Questa moneta era chiamata simbolo. E’ importante ricordare che sia l’ospitalità che l’ostilità hanno la stessa radice etimologica.

La stessa arte che spesso ci conduce in luoghi ostili, è in grado di convertirci in ospiti. La costituzione di straniero e di sconosciuto, qualcuno di cui non sappiamo nulla sino a quando non parla, indica che il mondo dell’arte ci riceve in un modo simile ad un addio, una festa che ha una data di scadenza. Nella ‘ricetta’ di un’opera d’arte, l’ospitalità non consiste semplicemente nelle attività di dormire e riposare: trasformati in ospiti, siamo coscienti di questa dualità, dove l’ospitalità è anche un conflitto. Se colui che riceve (ospes) è riconosciuto anche come ostile (hostis), l’ospitalità diventa solo un rifugio.

Tuttavia continuiamo ad aspettare e a vigilare, con ostilità e con l’ansia di riconoscerci in noi stessi e negli altri e scoprirci al tempo stesso diversi, imparando a guardare e a essere osservati, esponendoci, in questo gioco che è la vita e forse trovare quello che Fredric Jameson chiama “il momento utopico”, la ricerca che ci sostiene, senza mai metterci in crisi, perchè il futuro o sarà il nostro o non sarà tale. E quello che conta non sono i risultati ma il percorso, il fare, la ricerca, il vivere, la condivisione.

Le tre performance presentate in diversi luoghi della Reale Accademia di Spagna a Roma saranno Liturgia breve, dell’artista italiana Anna Scalfi Eghenter, un’installazione che ripercorre il perimetro dello spazio progettato dal Bramante
attraverso il gesto di un ginnasta;Cuarenta Cuerpos dell’artista messicana Teresa Margolles che ricorda i decessi / caduti e le vittime durante la difesa del Gianicolo del 1849 quando la Reale Accademia di Spagna di Roma diventò un ospedale e infine il lavoro Larvatus Prodeo di Avelino Sala, un tributo alla resistenza mascherata, un territorio che ospita l’abito inteso come ultimo strato.

Insieme, le tre opere propongono un esercizio di strana connessione, dove ospitalità e distacco non permetteranno di sapere in anticipo cosa accadrà. Bisognerá, quindi, stare attenti e comportarsi come invitati cortesi.

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GLI ARTISTI

Anna Scalfi. Anna Scalfi Eghenter (1965) concepisce l’arte come frame sovversivo dei confini dell’agire concesso. L’intero processo organizzativo dei suoi progetti rientra in una prospettiva analitica dei meccanismi di negoziazione tra arte e società civile. Artista indipendente, interviene con progetti site-specific in grado di innescare dinamiche partecipative oltre l’ambito strettamente artistico. Attualmente porta avanti il progetto “From inside (I like the system)”, un programma di PhD al the Essex Business School. La sua ricerca riflette una formazione interdisciplinare all’Accademia di Belle Arti di Brera (Milano), l’Accademia d’Arte Drammatica S. D’Amico (Roma), la Facoltà di Sociologia a Trento. Suoi lavori sono stati presentati alla Fondazione Pistoletto a Biella (2010), Fondazione Galleria Civica di Trento (2009), Fondazione Sandretto Re Rebaudengo a Torino (2008), MART-Museum of Modern and Contemporary Art a Rovereto (2007), così come a Manifesta7-Parallel Events (2008).
Per saperne di più: www.annascalfi.com

Avelino Sala. E’ artista, direttore della pubblicazione Sublime arte + cultura contemporanea e co-direttore del gruppo curatoriale Commission. Il suo lavoro l’ha portato a essere uno degli artisti più importanti del panorama odierno, interrogando la realtà culturale e sociale da una prospettiva tardo romantica. La propria opera è stata presentata in varie esposizioni collettive nazionali e internazionali, tra le quali spiccano: Virgil de Voldere gallery, New York (Hostil 2009), Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofia (Reencontres Internacionales, 2009), X Biennale dell’Avana, (Comunicacionismos, 2009), A Foundation, Londra (Off the Street, 2009), Insert Coin, Spanish young Art, October Contemporary, (Hong Kong 2009) o Tina B, Biennale di Praga, (Small Reevolutions 2008) o The promised Land (Chelsea Art Museum, 2008). E ‘stato borsista della Real Academia di Spagna in Roma.

Per saperne di più: http://www.avelinosala.es/  oppure  http://avelinosala.wordpress.com/

Teresa Margolles. Nata a Culiacán/Sinaloa nel 1963, dove ha studiato arte alla Dirección de Fomento a la Cultura Regional del Estado de Sinaloa (DIFOCUR) e scienze della comunicazione alla Universidad Nacional Autónoma de México, ed è stata insignita al Servicio Médico Forense della laurea in medicina forenseNel 1990 ha fondato insieme a Arturo Ángulo Gallardo, Juan Luis García Zavaleta e Carlos López Orozco il gruppo SEMEFO – ´Servicio Médico Forense´, relativo al servizio medico forense. All’inizio il gruppo era attivo come Gruppo musicale di Death Metal Rock e di performance underground, successivamente si è spostato nella scena artistica con la prima mostra nel 1993. Il numero dei partecipanti è fluttuante. L’artista ha ricevuto molti premi, incluso il primo premio al Salón de Plástica Sinaloense nel 1996); nel 2000 un premio con acquisizione alla competizione Cuerpo y Fruta all’Ambasciata francese di Città del Messico, nel 2001 una menzione d’onore alla Northwest Biennale di Culiacán e un premio alla 7 Biennale di Cuenca in Ecuador. Con il gruppo SEMEFO ha vinto un premio alla Biennale di Monterrey nel 1999, l’anno in cui ha preso parte al programma di scambi di residenza tra il Messico e la Colombia. Teresa Margolles, solo membro del gruppo a lavorare e a mostrare il suo lavoro in maniera autonoma, vive a Città del Messico.


Mostra Scultura. CARA A CARA di Juan Bordes

Mostra Scultura. CARA A CARA di Juan Bordes. 24 marzo – 24 aprile

SALA MOSTRE. Inaugurazione Giovedi 24 marzo. Ore 19.

Parlano sì, le sculture. Non solo: a Roma, quelle antiche erano solitamente denominate dai cristiani “statue parlanti” e consideravano tali figure pagane l’opera del demonio, provviste di poteri demoniaci e, fondamentalmente, del potere della parola. Una molto speciale, anch’essa romana, parla e scrive, difatti. Mi riferisco a quella del Pasquino, sicuramente diabolica, situata molto vicino a Piazza Navona. Statua parlante per eccellenza, vaga nelle forme e nel soggetto, quasi cancellata nel volto e frammentata nelle forme, il torso ruotato, una tradizione leggendaria e popolare degli inizi del XVI secolo dice che si tratta dei resti deteriorati, deformati forse dal passare del tempo, della scultura di un umile e ironico sarto, mentre studi più recenti e affinati affermano che si tratta della figura di Menelao che sostiene il corpo di Patroclo. E’ probabile, ma è la prima e popolare identità del sarto quella che ci interessa adesso, perché fu il suo non apparire capolavoro, l’essere frammento impreciso, quasi cancellato, di un personaggio volgare, per nulla eroico, ciò che trasformò Pasquino nella statua parlante più celebre di Roma; e non parlava solamente lei stessa, ma si faceva eco, parlando per altri, delle critiche ironiche e amare dei romani di fronte al potere e ai potenti, i quali, come lo stesso Pasquino diceva di se stesso e che nel 1550 Antonio Lafreri registrò in una famosa stampa, faceva tremare nonostante apparisse come una figura volgare: “Io no sono (come paio) un Babbuino stroppiato, senza piedi, et senza mani / ma sono quel famosísimo Pasquino che tremar faccio i Ssignor più soprano…”.  

            Così, col volto perso e un po’ ironico, anche se nulla è sicuro, il gruppo del Pasquino iniziò a parlare e non ha più smesso, come i misteriosi volti delle sculture di Bordes, teatro di facce e passioni o viceversa. E’ che Juan è solito mettere in scena le sue sculture e lì parlano fra di loro e per chi voglia ascoltare o leggere. Non solo: in certe occasioni, nei fusti delle sue sculture o sotto le teste-capitelli delle sue opere ci sono solitamente testi o nomi, alla maniera dei pasquini che circondano la statua romana. C’è del teatro nei volti e le facce creano e provocano una scena, e anche uno scenario, come gli idoli sopra le colonne della sala del Campidoglio. Voglio dire che, se non fosse eccessivo da parte mia, mi piacerebbe affermare che tali sculture e gruppi di statue e volti, raggruppati come in una scena teatrale, teatro esse stesse, stanno ordinando o reclamando uno spazio architettonico, un progetto immaginario. Non per niente anche Juan è architetto e come architetto si è confrontato innumerevoli volte coi racconti e le contaminazioni ibride e storiche, espressive e teoriche, che tra scultura e architettura esistono e sono esistite; le ha anche fatte scendere dai loro piedistalli per farle passeggiare, recitare o parlare in spazi pubblici e urbani, trasformando la città in teatro la cui scena è occupata dalle sue opere, dando notizia di ciò che non si può dire con presenze inquietanti. Lo ha fatto il Canaletto, portando a terra i cavalli di San Marco in un memorabile dipinto e, soprattutto, Rodin. Dopo, quasi tutti.

            In ogni caso, si può dire che le sue teste e i suoi torsi, raggruppati in serie tematiche e disposti su fusti, alcuni scritti, parlanti, costituiscono una specie di inesauribile trattato di ordine architettonico, antropomorfico, sculture essi stessi, che stabiliscono rapporti teatrali e scenografici tra di loro, reclamando e costruendo architetture che possono risultare effimere, o magari è quella la loro maggiore qualità, che si tratti dello spazio del laboratorio o della galleria, della collezione o della città. Spesso lo stesso Bordes le ha fotografate (un’altra delle sue passioni) così nel suo laboratorio, inteso come laboratorio teatrale, provando ogni scena di un’opera che continua a farsi, a dirsi, a scriversi. Gioco teatrale ed effimero, illuminato a volte in maniera drammatica, con luci di fuochi e marcati contrasti tra le fiamme, opere, silenzi e oscurità, come sarebbe avvenuto con una fotografia delle sue cabezas de pasión (1987-1988). Ma sono molte le fotografie delle sue opere nel laboratorio ad avere tale particolare condizione di prove teatrali delle quali l’artista è un solitario e privilegiato spettatore. Di fatto, il laboratorio, come la casa dell’artista, è sempre un autoritratto. E’ là, quando le sculture e gli ordini occupano lo spazio, quando entrano in scena, il luogo nel quale reclamano un luogo, l’architettura. Disciplina, quest’ultima, cui non si può mai prescindere nel caso del Bordes scultore, sia per quanto riguarda i suoi interventi su edifici concreti, come quelli disegnati con Óscar Tusquets, o negli impliciti omaggi e riflessioni che hanno realizzato alcune delle sue opere di e con l’architettura, a partire da una serie di strani obelischi (1978), passando per la rappresentazione allegorica della figura dell’architetto (1983) o la riflessione su Juan Caramuel e la sua architettura retta e obliqua (1984) sino alle narrative e ai pezzi eccezionali di un arciere con piramide (1982); dalla sua affascinante moglie in forma metaforica di colonna unita a un obelisco (1982) alle cariatidi per un mobilio (1983) sino alla rappresentazione musicata dell’allegoria dell’architettura e del giovane architetto (1988) che danza intorno alla colonna spezzata come se la rovina fosse l’origine stessa di un progetto, senza dimenticare la composizione più drammatica dedicata alla costruzione, intreccio di impalcature che supportano l’attività dei costruttori, anche se ricordano pure, per la loro vuotezza e ortogonalità, le scenografie per balletto di un Adolphe Appia. Se del Pasquino Gian Lorenzo Bernini arrivò a dire, con sorpresa e irritazione di chi lo ascoltava, che era la scultura più bella che conosceva (di fatto l’attribuiva a Fidia), dicendo che “mutilato e rovinato com’è, il resto della bellezza che ha di per sé è percepita solo da chi ne capisce di disegno”; dal canto suo, Bordes ha scritto (come chi di disegno ne sa) dei suoi volti-pelli-acconciature-ritratti-maschere, che sono di per se stessi teatro e si muovono come se stessero in scena, raggruppandosi nei modi più svariati, elenco e collezione di comportamenti, emozioni e passioni che “i tormenti interiori screpolano la superficie della maschera. Solchi di angustia, striature di ingenuità, finissime smagliature di un insieme che somma ansie a deliri: è il disegno laborioso di un tempo personale che lascia una scia di ricordi”. Il volto e la pelle delle sue sculture come teatro, ossia un’opera che è teatro nel teatro, come esiste il quadro dentro al quadro, e che Bernini a suo tempo già mise in azione col tempo che ammirava il Pasquino. Ma la cosa più affascinante del capoverso di Juan, pubblicato nel suo già menzionato e minuto Libro de Fisonomía, è che la propria precisione e la bellezza è una specie di trappola nella quale tutti, inevitabilmente, dobbiamo cadere, perché lo scultore non solo è un privilegiato spettatore e creatore della propria opera e delle bozze previe nel laboratorio, ma che oltretutto scrive circa la sua opera prima che chiunque altro possa farlo, guidandoci con anticipo, confondendoci tra fumi, fiamme e luci, spazi drammatici o festivi, tra i suoi idoli di una sala immaginaria che è il proprio laboratorio, Roma, la sua ragnatela.

Magari non c’entra niente, ma poco più di un anno fa ci incontrammo fortuitamente nel suo laboratorio di sogni, nella sua casa immaginaria di artista, a Roma. Una coincidenza in più fra le tante dopo lunghi anni di amicizia e di incontri fortuiti. Lì mi fotografò per caso insieme al Pasquino e anche di fronte alla porta dell’Accademia dei Virtuosi nel Pantheon, con una edizione di Vitruvio tra le mani, mentre guardavamo le parole che s’erano dette sull’architettura nel XVI secolo e delle quali Claudio Tolomei si lamentava del fatto che “se ne vanno in fumo”. Durante la notte, furtivamente, feci mio un piccolo frammento di marmo verde del piano dell’altare della Cappella Raimondi, opera del Bernini, a San pietro in Montorio. E’ ancora con me. Se avesse conosciuto questa piccola storia, non so cosa avrebbe scritto Lombroso.

Capitò già, in senso metaforico o reale, a Italo Calvino quando, in Se una sera d’inverno un viaggiatore (1979), scriveva: “Il romanzo comincia in una stazione ferroviaria, sbuffa una locomotiva, uno sfiatare di stantuffo copre l’apertura del capitolo, una nuvola di fumo nasconde parte del primo capoverso”. Autore e spettatore allo stesso tempo, Calvino scrive con difficoltà perché ciò che la sua scrittura dice e fa non gli lascia vedere ciò che scrive, pur sapendolo con anticipo, provocando coscientemente la situazione: le figure e le forme create dalle sue parole occupano lo spazio della scrittura, delle parole, e l’autore si confronta con esse, con ciò che scrive e mentre le scrive, le pensa mentre le crea, riflette sulla propria riflessione, scrive sul proprio scrivere, ascolta ciò che le parole dicono. Come succede a Juan Bordes e alle sue sculture, che si esprimono e parlano.

Delfin Rodriguez  (Catedratico di Storia dell’Arte presso l’Università Complutense di Madrid)

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JUAN BORDES CABALLERO 

Nato a  Las Palmas di Gran Canaria, Architetto presso ETS d’Architettura di Madrid. Appassionato per la scultura, la sua tesi di dottorato sarà: La scultura come elemento di composizione dell’edificio. Dal 2006 Accademico presso l’Accademia Reale di Belle Arti di San Fernando e dal 2010 Delegato della Calcografia Nazionale presso l’ Accademia Reale di Belle Arti di San Fernando. Borsista dell’Accademia Reale di Spagna. Ha realizzato mostre personali e collettive in diversi paesi come la Spagna, Stati Uniti, Venezuela, Cuba o Francia. I suoi progetti di scultura monumentale si possono ammirare a Washington, Las Palmas di Gran Canaria, Bordeaux, Tenerife, Barcellona, Madrid, ecc.

Le sue opere formano parte di collezioni pubbliche e private, tra cui: Artium, Vitoria, Col.lecciò March. Art Espanyol Contemporani. Palma de Mallorca, Centro Atlántico d’Arte Moderno. Las Palmas di Gran Canaria, Museo d’Arte Contemporaneo di Caracas. Venezuela, Museo d’Arte Contemporaneo, Siviglia, Biblioteca Nazionale. Madrid, Collezione Renfe. Madrid, Collezione Mapfre. Madrid, Collezione Fenosa, Università di Valencia, Collezione d’ Arte Contemporaneo di Castilla-La Mancha, Museo Popolare d’ Arte Contemporaneo, Villafamés, Castellón, Associazione Canaria degli amici dell’ Arte Contemporanea, Santa Cruz di Tenerife, Ordine degli  Architetti di Las Palmas di Gran Canaria

Per saperne di più www.juanbordes.com

 

Piazza San Pietro in Montorio 3

00153 Roma

Inaugurazione 24 marzo Sala Mostre ore 19

Orario (Martedi-Domenica): 10-13/ 16-19

Ufficio Stampa 339 1834504 / 339 1290387

 http://accademiaspagnaroma.wordpress.com

 


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